Ragazzo e figli di un anziano legge il pnrr e le novità per l'assistenza anziani.

Più cure a casa per gli anziani: cosa sta cambiando con il PNRR e cosa devono sapere le famiglie

31 Agosto 2026

Negli ultimi anni sentiamo parlare sempre più spesso di assistenza domiciliare, telemedicina, Case della Comunità e di un sistema sanitario che dovrebbe essere capace di seguire maggiormente le persone anziane a casa.

Dietro questo cambiamento c’è anche il PNRR, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che attraverso la Missione 6 Salute ha destinato risorse importanti al rafforzamento dell’assistenza territoriale.

Per chi lavora da anni accanto agli anziani e alle loro famiglie, il principio alla base di questa trasformazione è condivisibile: quando le condizioni della persona lo consentono, la casa può diventare un luogo nel quale continuare a ricevere cure e assistenza senza ricorrere necessariamente all’ospedale.

Ma occorre spiegare bene che cosa significa.

Perché “assistenza domiciliare” può indicare servizi molto diversi e, soprattutto, il PNRR non significa che ogni anziano abbia automaticamente diritto a una badante o a un assistente domiciliare gratuito.

“Casa come primo luogo di cura”: cosa prevede realmente il PNRR

La misura che interessa direttamente questo tema si trova nella Missione 6, Componente 1 del PNRR e prende un nome molto significativo: “Casa come primo luogo di cura e telemedicina”.

L’obiettivo è rafforzare la capacità del Servizio sanitario di assistere al domicilio soprattutto persone anziane, pazienti con patologie croniche e persone non autosufficienti.

Il sub-investimento dedicato all’assistenza domiciliare dispone di circa 3 miliardi di euro. L’obiettivo stabilito era arrivare alla presa in carico di almeno il 10% della popolazione con più di 65 anni e raggiungere almeno 842.000 nuovi assistiti rispetto alla situazione di partenza.

Il dato più interessante è che non stiamo più parlando soltanto di un obiettivo futuro. Il portale ufficiale del PNRR Salute indica il target degli 842.000 nuovi pazienti in assistenza domiciliare come raggiunto. Il Ministero ha inoltre comunicato che, sulla base dei dati consolidati relativi al 2024, sono stati registrati 1.546.443 assistiti over 65, rispetto alla baseline 2019 di 645.590.

Sono numeri importanti. Ma per una famiglia il problema rimane capire che cosa comportino concretamente.

Assistenza domiciliare sanitaria e assistenza alla persona non sono la stessa cosa

Persona anziana in letto ospedaliero a domicilio assistita da un infermiere e da una familiare

Questa è probabilmente la distinzione più importante dell’intero discorso.

Quando il PNRR parla di potenziamento dell’assistenza domiciliare si riferisce principalmente alle cure domiciliari inserite nel sistema sanitario e sociosanitario territoriale.

Il Ministero della Salute definisce le cure domiciliari come un servizio del Distretto attraverso il quale vengono erogati a casa interventi con diversi livelli di intensità e complessità sulla base di un percorso e di un piano assistenziale personalizzato.

Possono comprendere trattamenti medici, infermieristici, riabilitativi, diagnostici e sociosanitari rivolti a persone non autosufficienti o in condizioni di fragilità. Non bisogna confondere questo sistema con il lavoro dell’assistente familiare.

Facciamo un esempio.

Un uomo di 82 anni viene dimesso dall’ospedale dopo una frattura. A domicilio potrebbe avere bisogno di prestazioni infermieristiche o riabilitative previste dal suo percorso sanitario. Ma potrebbe contemporaneamente aver bisogno di qualcuno che lo aiuti a lavarsi, vestirsi, preparare il pranzo, alzarsi in sicurezza o svolgere le attività della vita quotidiana.

I due bisogni possono convivere, ma non sono la stessa cosa.

Ed è proprio questa distinzione che una famiglia deve conoscere per evitare aspettative sbagliate.

Non significa che arriverà automaticamente una badante gratuita

Quando si parla dei miliardi destinati dal PNRR all’assistenza domiciliare, può nascere facilmente un equivoco: pensare che queste risorse si traducano direttamente in ore di badante gratuite per tutte le persone anziane. Non è così.

Le risorse del PNRR servono a potenziare il sistema pubblico delle cure domiciliari, la presa in carico territoriale, la telemedicina e gli strumenti organizzativi necessari per collegare domicilio, professionisti e servizi sanitari.

L’accesso alle cure domiciliari avviene nell’ambito dell’organizzazione sanitaria territoriale e sulla base dei bisogni della persona e della relativa valutazione.

Perciò, se una famiglia ha bisogno di una presenza quotidiana per la preparazione dei pasti, la compagnia, l’igiene personale o la sorveglianza dell’anziano, non deve dare per scontato che tale necessità sia integralmente coperta dal percorso sanitario domiciliare.

Questo è un punto sul quale preferisco essere molto chiaro, perché creare aspettative irrealistiche non aiuta nessuno.

Cosa cambia con la telemedicina

Un’altra parte importante del progetto riguarda la telemedicina. Il PNRR punta a utilizzare maggiormente strumenti che permettano di seguire alcuni pazienti anche a distanza. Il target nazionale di almeno 300.000 persone assistite attraverso strumenti di telemedicina risulta raggiunto.

Pensiamo, per esempio, a una persona con una patologia cronica che necessita di controlli periodici.

In determinate situazioni alcuni parametri possono essere monitorati e le informazioni condivise con i professionisti sanitari senza costringere il paziente a spostarsi ogni volta.

Per una persona anziana con difficoltà motorie questo può rappresentare un vantaggio importante.

Ma anche qui bisogna evitare un equivoco: la tecnologia può integrare l’assistenza, non sostituire automaticamente la presenza umana.

Un dispositivo può trasmettere un dato. Non può aiutare una persona fragile ad alzarsi dal letto, prepararle il pranzo o accorgersi, durante una conversazione, che negli ultimi giorni è diventata insolitamente apatica.

Nella nostra esperienza, tecnologia e presenza funzionano bene quando vengono considerate complementari, non concorrenti.

Le Centrali Operative Territoriali e il coordinamento dei servizi

Il PNRR ha previsto anche le Centrali Operative Territoriali, le cosiddette COT.

La loro funzione è favorire il coordinamento della presa in carico e il raccordo tra i diversi professionisti e servizi coinvolti: territorio, strutture sanitarie e sociosanitarie, ospedale e rete dell’emergenza-urgenza.

Perché questo aspetto è importante?

Perché uno dei problemi che incontrano più spesso le famiglie non è soltanto la mancanza di assistenza, ma la frammentazione.

Il medico dice una cosa. L’ospedale dimette il paziente. Serve il fisioterapista. A casa occorre organizzare l’assistenza quotidiana. I figli lavorano. Nessuno sa esattamente a chi rivolgersi per coordinare tutto.

La vera sfida dell’assistenza territoriale è quindi fare in modo che la persona non venga semplicemente dimessa dall’ospedale, ma venga realmente accompagnata nel passaggio dall’ospedale alla casa.

Un esempio concreto: il ritorno a casa dopo un ricovero

Immaginiamo una signora di 86 anni che vive con il marito.

Prima del ricovero riusciva ancora a lavarsi e vestirsi da sola, preparava pasti semplici e camminava in casa senza assistenza.

Dopo tre settimane di ospedale torna a casa molto più debole. Il percorso sanitario potrebbe prevedere cure domiciliari e riabilitazione.

Ma chi la aiuterà ad alzarsi la mattina? Chi preparerà il pranzo se il marito non è in grado di farlo? Chi rimarrà con lei nelle ore nelle quali i figli lavorano?

È qui che comprendiamo perché cura e assistenza devono parlarsi. Il PNRR può rafforzare enormemente la componente sanitaria territoriale, ma la vita quotidiana della persona continua ad avere bisogni che non sono esclusivamente clinici.

Cosa dovrebbe fare una famiglia che ha bisogno di assistenza

Quando un anziano perde improvvisamente autonomia, suggerisco di non partire subito dalla ricerca di una badante per 24 ore.

Prima bisogna capire quali siano i bisogni.

Ci sono prestazioni sanitarie necessarie? È stata effettuata una valutazione dopo la dimissione? Esistono cure domiciliari attivabili attraverso il servizio sanitario territoriale? Quali attività riesce ancora a svolgere autonomamente la persona? In quali momenti della giornata rimane scoperta?

Soltanto dopo si può capire quale parte del bisogno possa essere gestita dal sistema sanitario e quale richieda invece un’assistenza alla persona organizzata dalla famiglia.

Il Ministero stesso struttura le cure domiciliari in livelli differenti – cure domiciliari di base e ADI di I, II e III livello – proprio perché non tutti hanno bisogno della stessa intensità assistenziale.

È un principio che condividiamo pienamente anche nell’assistenza privata.

Il PNRR è importante, ma il vero risultato si misura nelle case

I numeri raggiunti sono certamente rilevanti. Ma chi lavora nell’assistenza domiciliare sa che la qualità di un sistema non può essere misurata soltanto contando quante persone vengono formalmente prese in carico.

Bisogna chiedersi quanto servizio ricevano, quanto sia continuativo, se risponda ai bisogni effettivi e quanto riesca a integrarsi con ciò che la famiglia deve organizzare autonomamente.

Il PNRR ha dato una spinta molto importante a un cambiamento che considero necessario: spostare una parte dell’assistenza dall’ospedale al territorio e alla casa.

Il modello delineato dal Ministero prevede infatti che le cure domiciliari siano organizzate attraverso piani personalizzati e differenti livelli di intensità, con l’obiettivo di stabilizzare il quadro clinico, limitare il declino funzionale e migliorare la qualità della vita quotidiana.

Ma la casa diventa davvero un luogo di cura soltanto quando intorno alla persona esiste una rete capace di funzionare.

Pubblico e privato non devono sostituirsi: devono integrarsi

Dopo tanti anni nell’assistenza agli anziani, questo è probabilmente il punto che considero più importante.

Non dobbiamo pensare al servizio pubblico e all’assistenza privata come a due alternative tra cui scegliere.

Una persona può ricevere a domicilio cure infermieristiche o riabilitative attraverso il sistema sanitario e avere contemporaneamente bisogno di un assistente che la aiuti nella quotidianità.

Un familiare può occuparsi della spesa e delle visite mediche, mentre un operatore garantisce assistenza quando i figli sono al lavoro.

L’obiettivo non è riempire la giornata dell’anziano di operatori. È costruire intorno a lui una rete proporzionata ai suoi bisogni reali.

Ed è proprio qui che il principio della “casa come primo luogo di cura” può diventare qualcosa di concreto.

In Nessuno è Solo lavoriamo ogni giorno con famiglie che cercano di mantenere a casa un genitore anziano senza rinunciare alla sicurezza e alla qualità dell’assistenza. Il nostro compito non è sostituire il Servizio sanitario, ma intervenire negli spazi nei quali la persona ha bisogno di presenza, supporto e assistenza nella vita quotidiana.

Se un tuo familiare sta perdendo autonomia, è appena tornato dall’ospedale oppure ha già attivato le cure domiciliari ma rimangono ore della giornata difficili da gestire, contatta Nessuno è Solo. Possiamo valutare insieme quali siano i bisogni concreti della persona e quale tipo di assistenza domiciliare possa integrare, quando necessario, il percorso sanitario già attivato.

Dott. Igor Damiani

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