Figlio va a prendere suo padre anziano dall'ospedale, dopo che è stato dimesso.

Dimissioni dall’ospedale: come organizzare l’assistenza domiciliare per un anziano

17 Agosto 2026

Le dimissioni dall’ospedale vengono spesso vissute come il momento in cui ci si mette un problema alle spalle. Il medico comunica che la persona può tornare a casa, vengono consegnate le indicazioni terapeutiche e, dopo giorni trascorsi tra visite, esami e preoccupazioni, tutta la famiglia prova un comprensibile senso di sollievo.

Per un anziano, però, essere dimesso non significa necessariamente essere tornato nelle condizioni in cui si trovava prima del ricovero.

È un aspetto che, lavorando da anni nell’assistenza domiciliare, considero fondamentale spiegare alle famiglie. L’ospedale cura la fase acuta della malattia, ma il recupero può proseguire per settimane. Una persona può stare clinicamente bene e avere comunque bisogno di aiuto per alzarsi dal letto, lavarsi, vestirsi, preparare i pasti, assumere correttamente la terapia o semplicemente muoversi in sicurezza all’interno della propria abitazione.

È proprio in questo passaggio, dall’ospedale alla casa, che un’assistenza domiciliare ben organizzata può fare una grande differenza.

I primi giorni a casa sono spesso i più delicati

Immaginiamo un uomo di 82 anni ricoverato per una polmonite. Prima del ricovero viveva con la moglie, camminava autonomamente e riusciva ancora a svolgere molte attività quotidiane. Dopo dieci giorni trascorsi prevalentemente a letto torna a casa: la polmonite è stata trattata, ma lui è più debole, si stanca facilmente e quando si alza dalla poltrona ha bisogno di appoggiarsi.

La famiglia potrebbe pensare: “È soltanto un po’ debilitato, tra qualche giorno passerà”. Può essere così. Ma proprio quei giorni richiedono attenzione.

Una debolezza temporanea può rendere più difficile andare in bagno durante la notte, entrare nella doccia o affrontare pochi gradini. Anche attività apparentemente semplici, come prepararsi qualcosa da mangiare o ricordare gli orari di una terapia modificata durante il ricovero, possono diventare impegnative.

Per questo, quando organizziamo un’assistenza dopo una dimissione, non partiamo dalla domanda “quante ore di assistenza domiciliare servono?”. Partiamo da un’altra domanda: “che cosa riesce realmente a fare questa persona oggi?” È una differenza sostanziale.

Prima di organizzare l’assistenza bisogna capire cosa è cambiato

Ogni dimissione ha una storia diversa.

C’è l’anziano che torna a casa dopo una frattura e deve recuperare la mobilità. C’è chi ha subito un intervento chirurgico e per alcune settimane non può compiere determinati movimenti. C’è la persona ricoverata dopo uno scompenso cardiaco che deve riprendere gradualmente le proprie abitudini. E c’è chi, dopo un ricovero particolarmente lungo, presenta soprattutto una perdita di forza, sicurezza e autonomia.

Esistono poi situazioni nelle quali il cambiamento riguarda anche l’orientamento e le capacità cognitive. Un anziano molto fragile può tornare dall’ospedale più confuso rispetto a prima, soprattutto dopo un periodo di malattia importante.

Per questo l’assistenza non dovrebbe essere organizzata in maniera automatica.

Occorre valutare la mobilità, l’autonomia nell’igiene personale e nell’abbigliamento, la capacità di alimentarsi adeguatamente, la necessità di sorveglianza, la situazione familiare e le caratteristiche della casa. Bisogna inoltre comprendere quali attività richiedano personale sanitario e quali possano invece essere affidate a una figura assistenziale.

Le cure domiciliari previste dal Servizio sanitario nazionale possono comprendere, in base alla valutazione dei bisogni e ai percorsi attivati sul territorio, interventi medici, infermieristici, riabilitativi e sociosanitari inseriti in un piano personalizzato. Le dimissioni protette rientrano espressamente nel sistema nazionale di monitoraggio dell’assistenza domiciliare.

Questo è importante perché assistenza sanitaria e assistenza alla persona non sono la stessa cosa, anche se molto spesso devono dialogare.

Infermiere, fisioterapista, OSS e assistente familiare hanno compiti diversi

Una delle confusioni più frequenti riguarda proprio le figure che possono entrare nella casa dopo una dimissione.

Se una persona necessita di medicazioni, prestazioni infermieristiche o altri interventi sanitari prescritti, occorrono professionisti abilitati. Se deve seguire un percorso riabilitativo, sarà il professionista competente a stabilire e svolgere gli interventi appropriati.

Accanto a queste necessità può esserci però un bisogno assistenziale quotidiano molto concreto.

Pensiamo a una signora di 79 anni che torna a casa dopo un intervento al femore. Il figlio abita a venti minuti di distanza e può passare la sera, ma durante il giorno lavora. La madre non necessita necessariamente di qualcuno accanto 24 ore su 24, ma potrebbe avere bisogno di assistenza al mattino per alzarsi, curare l’igiene personale, vestirsi, preparare il pranzo e svolgere in sicurezza alcune attività della giornata.

In una situazione del genere organizzare alcune ore di assistenza può essere più appropriato di una presenza continuativa.

Diverso sarebbe il caso di un anziano che, dopo il ricovero, non riesce più ad alzarsi autonomamente, necessita di assistenza per quasi tutte le attività quotidiane e vive con una moglie altrettanto anziana. Qui il bisogno potrebbe essere decisamente maggiore.

Il servizio deve adattarsi alla persona, non la persona al servizio.

Anche la casa deve essere rivalutata

C’è un aspetto che le famiglie scoprono spesso soltanto dopo il rientro: una casa perfettamente funzionale prima del ricovero può non esserlo più dopo.

Un tappeto sul quale non si era mai inciampato può diventare un ostacolo per chi cammina con maggiore incertezza. Una vasca da bagno può rendere complicata l’igiene personale. Un letto molto basso può rendere difficoltoso alzarsi. Persino il percorso tra camera da letto e bagno può diventare problematico durante la notte.

Non significa trasformare immediatamente l’abitazione in un ambiente sanitario. Significa osservarla con occhi diversi.

Quando possibile, è utile preparare il rientro prima della dimissione: verificare gli spazi, eliminare gli ostacoli più evidenti, capire dove trascorrerà maggiormente il tempo la persona e organizzare ciò che serve per le attività quotidiane, seguendo le indicazioni dei professionisti sanitari quando sono necessari ausili o adattamenti specifici.

La famiglia non dovrebbe scoprire tutto la sera delle dimissioni

Uno degli errori organizzativi più comuni è iniziare a cercare aiuto quando il familiare è già tornato a casa.

La telefonata arriva spesso così: “Papà è stato dimesso oggi. Pensavamo riuscisse a camminare meglio, invece non riesce neppure ad andare in bagno da solo. Domani noi dobbiamo lavorare. Come facciamo?”.

È una situazione comprensibile, ma molto difficile per tutti. Quando sappiamo che una persona anziana sarà dimessa e immaginiamo che possa avere una riduzione dell’autonomia, sarebbe preferibile iniziare a organizzarsi prima del rientro.

Occorre leggere attentamente la documentazione consegnata dall’ospedale, comprendere le indicazioni relative alla terapia e ai controlli successivi e confrontarsi con i sanitari sui bisogni previsti a domicilio. Nei casi appropriati possono essere attivati percorsi territoriali e cure domiciliari; il modello nazionale dell’assistenza territoriale considera infatti la casa un luogo di cura e prevede interventi di diversa intensità in relazione alle condizioni della persona.

Parallelamente bisogna organizzare ciò che riguarda la vita quotidiana: chi sarà presente, per quante ore, quali momenti della giornata sono più critici e che cosa succederà quando i familiari non potranno esserci.

Non bisogna sostituirsi alla persona più del necessario

Assistere bene non significa fare tutto al posto dell’anziano.

Se una persona riesce ancora a lavarsi il viso, mangiare autonomamente o compiere alcuni passi in sicurezza secondo le indicazioni ricevute dai professionisti che la seguono, è importante preservare quelle capacità.

L’assistenza domiciliare dovrebbe proteggere la persona senza trasformarla prematuramente in una persona completamente dipendente.

È un equilibrio delicato. Chi assiste deve sapere quando intervenire, ma anche quando aspettare qualche secondo in più e lasciare che l’anziano faccia ciò che è ancora in grado di fare. Recuperare una piccola autonomia – riuscire nuovamente a vestirsi, raggiungere il bagno o sedersi a tavola – può avere un valore enorme anche dal punto di vista psicologico.

E questo ci porta a un altro aspetto spesso sottovalutato: tornare a casa dopo un ricovero non è soltanto un passaggio fisico.

Una persona anziana può avere paura di cadere nuovamente, di sentirsi male o di rimanere sola. Può percepirsi improvvisamente fragile. La presenza di qualcuno capace di assisterla con discrezione, senza infantilizzarla, può aiutarla anche a recuperare fiducia.

Anche i familiari hanno bisogno di essere accompagnati

Dopo una dimissione ospedaliera la famiglia tende spesso a entrare immediatamente in modalità emergenza.

Un figlio si occupa delle medicine, un altro della spesa, qualcuno dorme per qualche notte a casa del genitore. Tutti cercano di fare il possibile.

Il problema nasce quando una soluzione pensata per tre giorni diventa la normalità per tre mesi.

L’assistenza deve essere sostenibile anche per chi sta accanto alla persona fragile. Non possiamo considerare normale che un figlio debba improvvisamente diventare disponibile ventiquattr’ore al giorno o che un coniuge ottantenne debba sostenere da solo attività fisicamente troppo impegnative.

Chiedere aiuto non significa sottrarsi alla propria responsabilità familiare. Significa organizzare quella responsabilità in maniera più sicura e sostenibile.

Un buon progetto di assistenza deve poter cambiare

Infine, c’è una cosa che considero essenziale: l’assistenza organizzata il giorno della dimissione non deve necessariamente rimanere identica nei mesi successivi.

Se la persona recupera autonomia, le ore possono diminuire.

e emergono nuovi bisogni, il servizio deve essere rivalutato.

Un anziano che inizialmente necessita di assistenza per buona parte della giornata potrebbe, dopo alcune settimane di recupero, aver bisogno soltanto di un supporto al mattino. Al contrario, una situazione che sembrava gestibile con poche ore potrebbe richiedere una presenza maggiore.

Per questo il nostro lavoro, in Nessuno è Solo, non consiste semplicemente nel trovare qualcuno da mandare a casa. Significa prima comprendere la situazione della persona e della sua famiglia, individuare il tipo di supporto necessario e costruire un’assistenza che possa essere rivalutata nel tempo.

Il rientro a casa dopo un ricovero dovrebbe rappresentare l’inizio del recupero, non l’inizio di una nuova emergenza familiare.

Quando la dimissione è vicina, organizzarsi qualche giorno prima permette di affrontare quel passaggio con maggiore serenità. Nessuno è Solo può affiancare la famiglia nella valutazione dei bisogni assistenziali e nell’organizzazione di un supporto domiciliare adeguato alla situazione reale della persona, dalle necessità temporanee del periodo post-ricovero fino alle forme di assistenza più continuative.

Perché tornare a casa è certamente una buona notizia. Ma tornare a casa sapendo di avere accanto le persone giuste può fare una differenza ancora più grande.

Dott. Igor Damiani

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