
Assistenza anziani: perché nel 2025 le famiglie spendono più per i genitori che per i figli
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09 Giugno 2026
C’è un numero uscito nel 2025 che ha fatto poco rumore, ma che racconta qualcosa di molto preciso su come sta cambiando la vita delle famiglie italiane.
Per la prima volta, le risorse economiche destinate all’assistenza dei genitori anziani hanno superato quelle spese per i figli. Non di poco. E non in famiglie particolarmente agiate o in situazioni reddituali eccezionali. Parliamo di famiglie normali, con redditi medi, con due o tre figli, con un mutuo e un lavoro.
Secondo un’analisi del Centro Studi Coverflex, il 54% delle risorse dedicate alla famiglia nei piani di welfare aziendale è stato assorbito dall’assistenza agli anziani, contro il 44,6% destinato ai figli a carico.
Anche le cifre raccontano chiaramente questo cambiamento: chi sostiene un genitore anziano spende in media circa 4.350 euro all’anno, mentre per l’educazione e le attività dei figli la spesa media si attesta intorno ai 2.249 euro.
È un dato che non ha bisogno di molti commenti. Ha bisogno di essere capito.
La generazione che tiene tutto insieme e spesso non lo dice
Si chiamano caregiver familiari, ma nella vita reale hanno un altro nome: sono Marco, Giulia, Roberto. Hanno quaranta, cinquant’anni. Lavorano. Hanno figli ancora a casa o che studiano fuori sede. E nel mezzo di tutto questo, gestiscono anche un genitore che non è più completamente autonomo.
La mattina accompagnano la madre alla visita cardiologica. Il pomeriggio sono in riunione. La sera chiamano il padre per assicurarsi che abbia mangiato. Il fine settimana lo trascorrono a smistare documenti per l’INPS, a parlare con il medico di base, a cercare una badante che sia affidabile e che costi una somma ragionevole che possono permettersi.
Questa è la cosiddetta “generazione sandwich”: persone che si trovano schiacciate tra due responsabilità egualmente reali, egualmente impegnative, avendo a disposizione le stesse 24 ore di tutti gli altri.
Quello che colpisce, parlando con queste persone, è che raramente si lamentano. Spesso non riconoscono nemmeno di essere sotto pressione. Lo percepiscono come normale, come qualcosa che si deve fare e basta. Ed è proprio questo silenzio che rende il fenomeno invisibile nelle statistiche, nelle politiche pubbliche, nel dibattito collettivo.
Vivere più a lungo non significa sempre vivere meglio
L’aumento dell’aspettativa di vita è una delle conquiste più significative del secolo scorso. In Italia, un uomo che oggi compie sessantacinque anni può ragionevolmente attendersi altri vent’anni di vita. Una donna, qualcuno di più.
Ma c’è una distinzione che i numeri sull’aspettativa di vita non catturano: quella tra anni vissuti e anni vissuti in salute.
La realtà clinica di molti anziani italiani è fatta di patologie croniche sovrapposte, ipertensione, diabete, insufficienza cardiaca, artrosi, decadimento cognitivo, che non uccidono rapidamente ma che erodono progressivamente la loro autonomia. Non si tratta di malattie che si curano e si risolvono: si tratta di condizioni croniche che possono durare per anni, con farmaci, visite, controlli, adattamenti quotidiani.
In questo scenario, la famiglia diventa spesso il primo, e a volte unico, sistema di welfare reale. Non per scelta ideologica, ma per necessità concreta: i servizi pubblici esistono, ma non sono sufficienti a coprire la totalità del bisogno. Le liste d’attesa sono lunghe. Le ore di assistenza domiciliare garantite dal SSN coprono spesso solo una frazione di ciò che sarebbe necessario.
Il resto lo coprono i figli. Con il proprio tempo, con le proprie energie, con il proprio reddito.
Il costo reale: quello che non appare nelle statistiche
Quando si parla di spese per l’assistenza degli anziani, si tende a pensare ai costi diretti e misurabili: le visite specialistiche, i farmaci, la badante, gli ausili, le eventuali modifiche all’abitazione per renderla più sicura.
Ma c’è un costo che non compare in nessun bilancio familiare, e che è spesso quello più pesante: il costo del tempo. Un figlio che riduce il proprio orario lavorativo per seguire un genitore non autosufficiente perde reddito immediato, ma perde anche opportunità di carriera, contributi previdenziali, margine economico futuro.
Una figlia che lascia il lavoro per fare la caregiver a tempo pieno, e sono ancora prevalentemente donne, i dati su questo sono chiari, non perde solo uno stipendio: perde un pezzo di indipendenza economica che spesso non recupera più.
A questo si aggiunge il costo emotivo. Il senso di colpa quando non si riesce a esserci. La stanchezza cronica di chi gestisce tutto senza mai staccare davvero. La difficoltà di vedere un genitore cambiare, perdere autonomia, diventare fragile e dover continuare a funzionare normalmente mentre questo accade.

Chi lavora nel settore dell’assistenza lo vede ogni giorno: le famiglie che arrivano non cercano solo un servizio. Cercano qualcuno che li aiuti a portare un peso che hanno portato da soli per troppo tempo.
Un Paese che non ha ancora fatto i conti con se stesso
L’Italia è il secondo Paese più vecchio del mondo, dopo il Giappone. Oltre un quarto della popolazione ha più di sessantacinque anni. Le proiezioni demografiche indicano che entro il 2050 questa quota supererà il trenta percento.
Di fronte a questi numeri, la risposta istituzionale è stata finora frammentata e insufficiente. La legge delega sulla non autosufficienza, approvata nel 2023 dopo anni di attesa, ha posto le basi per una riforma del sistema, ma i tempi di attuazione restano incerti e le risorse disponibili sono ancora lontane dal coprire il reale fabbisogno.
Nel frattempo, le famiglie continuano a fare da sé. E il dato sulle spese del 2025, più soldi per i genitori che per i figli, è la fotografia esatta di questa supplenza silenziosa.
Non è un dato da leggere con allarme. È un dato da leggere con onestà. Perché dice che il sistema di welfare informale italiano, quello fatto di figli, di nipoti, di reti familiari, sta reggendo un peso che nessuna politica pubblica ha ancora davvero deciso di condividere.
Quando arriva il momento di chiedere aiuto
C’è un passaggio che molte famiglie descrivono in modo sorprendentemente simile, indipendentemente dalla storia specifica: il momento in cui ci si rende conto che non ce la si fa più da soli.
Non è necessariamente un momento drammatico. A volte è una caduta, a volte è una diagnosi, a volte è semplicemente la stanchezza accumulata di mesi o anni che raggiunge un punto di saturazione. È il momento in cui ci si guarda intorno e ci si chiede: da dove si comincia? A chi ci si rivolge? Cosa esiste davvero? Chi può aiutarci?
Molte famiglie arrivano a questo punto impreparate, non per incuria, ma perché nessuno insegna a gestire questa transizione. Non ci sono manuali, non ci sono percorsi chiari, non ci sono sportelli facili da trovare.
È esattamente per questo che Nessuno è Solo esiste. Non per sostituire la famiglia, che resta il centro affettivo e relazionale irrinunciabile di qualsiasi percorso di cura, ma per affiancarla. Per aiutarla a costruire un piano assistenziale che funzioni davvero, che sia sostenibile nel tempo, che rispetti l’autonomia e la dignità della persona anziana senza lasciare i familiari soli a gestire tutto.
Perché dietro ogni richiesta di assistenza non c’è mai semplicemente un servizio da organizzare. C’è una persona con una storia, una famiglia con le proprie risorse e i propri limiti, e un momento della vita che merita attenzione vera, non una soluzione standard.
Nessuno è Solo opera a Torino e dintorni con servizi di assistenza domiciliare personalizzati. Per un primo confronto sulla situazione specifica o per capire quali soluzioni esistano, è possibile contattare direttamente la struttura.
Dott. Igor Damiani